28 Aprile 2021
CATEGORIA: NarrativaAperitivo gusto succo di frutta
L’essere umano non si è evoluto poi tanto; ha ancora riti, culti e tradizioni spesso insensati che ricordano fin troppo l’età della pietra. Ma un’usanza che più di tutte segna lo stigma sociale delle giovani anime, che per la prima volta si affacciano alla vita adulta, è il rito di passaggio. Una tradizione antichissima, che si è tramandata di generazione in generazione fino all’uomo moderno; dall’ammazzare orsi a mani nude alla circoncisione, per ad arrivare all’adolescenza moderna con il primo festino alcolico.
Quindi immaginatevi la sofferenza di qualcuno come te, giovane ingenua e malata di epilessia a cui il medico ha imposto una rigida vita di astemia. Non potendo bere alcol però la tua sensibilità aumenta, e ti permette di percepirne anche la minima traccia in qualsiasi cosa mangi. Non puoi più assaggiare i dolci a cuor leggero, frequenti un alberghiero e chiedi agli alunni di cucina la cortesia di dirti se c’è dell’alcol nel dessert; più di una volta ti rassicurano, ma tu gusti il tradimento al primo morso, quell’inconfondibile aroma proibito che sale subito alla testa. La paura che possa essere abbastanza per inficiare sulla tua salute mette in allarme il cervello, e la giornata viene quindi rovinata da un unico morso di pan di spagna.
E se questo non fosse già abbastanza, i compagni di classe, di solito nelle sere delle gite scolastiche, ti chiedono se vuoi scolarti insieme a loro le tre bottiglie di vodka nascoste tra le mutande e i calzini nella valigia del bulletto della situazione. Tu vorresti dirgli in modo gentile che non puoi, perché devi prendere quattro pasticche al giorno e bere alcol non fa proprio bene alle malattie croniche, soprattutto quelle neurologiche. Ma ecco che loro, dall’alto dei loro sedici anni, arrivano con una massima medica di sublime importanza: “Ma un goccio che sarà mai!”.
Allora tu prendi un respiro profondo e raggiungi la pace interiore, ti ritornano in mente gli insegnamenti di Gesù e li perdoni perché non sanno quello che fanno. Il tuo terzo occhio si è appena attivato, e rispondi con calma mistica: “Davvero, non posso.” Pensi così di aver risolto la situazione, ma loro continuano con la richiesta che sperassi non facessero: “Ma almeno vieni di là con noi, non stare qua da sola!” E lì sei in trappola; potresti dire di no, ma il prezzo sarebbe l’esclusione totale da qualsiasi attività sociale della classe di cui fai parte senza averlo chiesto. Da un lato vorresti anche rifiutare e sperare nelle due persone con cui hai legato un minimo all’interno delle quattro mura che frequenti ogni giorno, ma allo stesso tempo hai paura dell’incommensurabile solitudine derivata dall’esclusione.
E allora vai, ma sai fin troppo bene che saranno tutti ubriachi in tempo zero, tutti tranne te. Accetti l’invito anche questa volta, ma la gola si fa subito secca e il battito cardiaco aumenta. Speri almeno che il rappresentante di classe non ci provi di nuovo con te, lesbica dichiarata dal primo giorno di scuola e a cui, a quanto pare, basterebbe il primo uomo a caso con il suo ariete da sfondamento per farti ricredere; mentre un brivido gelido ti percorre ogni vaso sanguigno in corpo, riprendi la tua compostezza di persona perennemente sobria; quando gli hai ricordato che certe affermazioni sono una molestia lui ha riso con le guance arrossate dall’alcol. Ti chiedi perché non l’hai ancora denunciato. Ma smettiamola di divagare, con manifesti femministi sul diritto di poter vivere senza che qualcuno insinui che il suo pene sia la cosa che hai segretamente desiderato fino a quel momento, tanto in Italia non gliene frega a nessuno.
Rimani dunque a debita distanza del tuo rappresentante di classe questa volta, già quasi svenuto sul pavimento mentre abbraccia una bottiglia di prosecco. Poco a poco intorno a te vedi i ragazzi sempre più annebbiati dai fumi dell’alcol; ridono senza ragione e cadono ogni volta che provano ad alzarsi. Uno si è già trascinato in bagno e vomita.
Te ne stai in un angolo a sorseggiare il succo all’arancia rossa che hanno portato per allungare la vodka. Urlano e tu desideri solo di non aver accettato quell’invito, sapevi fin dall’inizio che gli ubriachi sono sopportabili solo da altri ubriachi. All’improvviso però una magica visione ti si para davanti agli occhi, un’epifania che ti ricorda il miracolo dell’ascensione al cielo del tuo mago preferito, Gesù; vedi due compagni di classe fare gli angeli di polvere sul pavimento. Al ricordo del tuo nuovo smartphone la mano ha un fremito e si allunga a prenderlo, accendi la videocamera e registri tutto mentre sei scossa dalle risate. Così decidi di non limitare la tua visione a quei due, apri la mente e ti volti, scopri che c’è un’intera classe da poter riprendere e di cui ridere.
Mentre i tuoi compagni rantolano al suolo, gli fai domande semplici a cui rispondono parlando di unicorni e gattini sexy, riprendi con cura il loro amoreggiare con oggetti inanimati tra cui la cerimonia di matrimonio raffazzonata tra il tuo compagno di banco e il comodino. T’improvvisi fotografa e immortali i lati migliori del delirio di decine di adolescenti troppo giovani per bere qualsiasi cosa più forte di una semplice birra.
Il prezzo di tanto divertimento è tenere i capelli alla ragazza più popolare della classe mentre vomita l’anima in bagno. Ma a te non importa, perché hai il telefono pieno di file preziosissimi e, prima che faccia troppo tardi, ritorni in camera contenta.
Il giorno dopo sei l’unica fresca come una rosa, con un grande sorriso in volto. Mentre tutti ignari fanno colazione decidi di sganciare la bomba, mostri le foto e i video. I tuoi compagni hanno diverse reazioni, alcuni muoiono dall’imbarazzo, altri si arrabbiano, ma nessuno li ascolta e altri ti danno una pacca sulla spalla, il segno dell’accettazione nel branco. E così, da esiliata ad honorem, passi a persona rispettata e di alto rango.
Alle gite scolastiche degli anni successivi torni, succo in mano. Lo sorseggi con un sorrisetto mentre la prima bottiglia di spumante scende lungo le gole delle tue vittime.
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